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La copertinaPAVESI NICOLETTA (A CURA), NON COSÌ NOMADI, NON COSÌ SEDENTARI, 2007, 84 pp., Euro 6

Il libro Non così nomadi, non così sedentari, a cura di Nicoletta Pavesi, affronta un tema particolarmente attuale: il processo migratorio di popoli, molto spesso dovuta alla voglia, o meglio al bisogno, di trovare un luogo diverso da quello di appartenenza per migliorare le proprie condizioni di vita e accedere senza disagi alla scuola e al lavoro. Questo libro fa un passo in più approfondendo la riflessione sul fatto che i cosiddetti nomadi non sono poi sempre e comunque nomadi, e gli stanziali non sono poi sempre stanziali a tempo pieno: «È infatti evidente oggi il desiderio di molti gruppi nomadi, pensiamo specificamente ai Rom, di avere spazi sicuri dove insediarsi stabilmente e dai quali accedere senza disagi insormontabili alla scuola e al lavoro. Ed È chiaro, all’opposto, che ormai la civiltà della stanzialità e delle basi solide e durature, non perda l’occasione nelle vacanze e nei viaggi di capovolgere le regole, di vagabondare, di alloggiare in tende e camper, di vivere, passando da una all’altra, su isole tropicali fin troppo confortevoli una ritrovata, costruita e protetta dunque falsa, condizione di “libera primitività”». Il libro È diviso in tre sezioni centrali intitolate: Identità, Realtà Rom, Altrove. La prima, attraverso i saggi di Bruno Gambarotta, Nicoletta Pavesi e Vanni Vallino affronta il problema dell’identità nella società contemporanea e i contrasti tra nomadismo e stanzialità, due modelli di vita a cui corrispondono due tipi di comunicazione, orale e scritta; a concludere la sezione l’analisi del film Nando dell’Andromeda, tratto dal volume di Dante Graziosi, storia di un “camminante”, giramondo delle campagne piemontesi. La seconda sezione contiene i saggi di Angelo Arlati, Giorgio Bezzecchi e Sergio Rovagnati, che si concentrano sulla situazione dei Rom, «nomadi per forza» secondo l’opinione comune, che ignora come il nomadismo “zingaro” sia «il prodotto di determinate circostanze storiche e socio-politiche generali, alle quali essi rispondono con il loro fondamentale spirito di adattamento». Lungo il capitolo si delineano le fasi del loro cammino dall’esodo dalla valle dell’Indo nel V secolo dopo Cristo fino alle recenti diaspore dalla ex Jugoslavaia e dalla Romania. Bezzecchi si occupa invece del documento stilato dal comitato Rom e Sinti insieme il 25 luglio 2007 e presentato al Governo Italiano. La terza sezione contiene il saggio di Anna Casella sui nomadi del Nordeste brasiliano, che È costituito dagli stati del Maranhão, Piauì, Cearà, Rio Grande do Norte, Paraiba, Pernambuco, Alagoas, Sergipe, Bahia. Regione storicamente destinata alla monocultura della canna da zucchero, ha oggi un equilibrio molto fragile, divisa com’È tra la siccità della parte orientale e l’area pre-amazzonica minacciata oggi dal disboscamento. Monocultura e pecuaria (l’intera zona venne occupata nel periodo coloniale dalle mandrie a servizio delle fazendas) determinano anche la fragilità del sistema sociale: il Nordeste È infatti abitato da contadini in regime di orticoltura, da grandi latifondisti dediti all’allevamento per l’esportazione, da residue comunità indigene. Il Nord del Brasile È composto, invece, dagli stati che costituiscono la regione amazzonica, come Amazonas, Roraima, Rondonia, Acre, Parà. Come scrive l’autrice: «in questo estremo Occidente che ha ormai archiviato i ricordi coloniali per mostrarci l’anticipo di realtà sociali, culturali e personali per ora solo immaginate nel nostro sicuro recinto europeo, la mobilità delle persone e delle identità, la mobilità dei progetti di esistenza (e, in molti tragici casi, anche la rinuncia al progetto di esistenza) sono altrettanti incroci di nomadismo e ricerca di radici, nichilismo e speranza di futuro». Gli anni che stiamo vivendo, improntati all’abbattimento delle barriere, alla globalizzazione mondiale, alla mobilità perenne, hanno in fondo per protagonista la figura del nomade, del viandante, che non può vivere senza elaborare la diversità dell’esperienza: «cercando il centro non nel reticolato dei confini, ma in quei due poli che Kant indicava nell’anima e nel cielo stellato che per ogni viandante hanno sempre costituito gli estremi dell’arco in cui si esprime la vita in tensione. Senza meta e senza punti di partenza e di arrivo, che non siano punti occasionali, il viandante con la sua etica, può essere il punto di riferimento dell’umanità a venire».

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